STORIA E DINTORNI
 Un atipico
viaggiatore del '700

 di Antonio Patanè



Fra i numerosi viaggiatori che alla fine del ‘700 visitarono l'Isola, Federico Leopoldo Graf di Stolberg, nobile danese ma di cultura tedesca, occupa un posto abbastanza importan­te; soprattutto per lo spirito ed il modo come compì il viaggio. Dalla lettura dei volumi di quest'ultimo (Reise in Deutschland ……und Sizilien), veri pilastri della letteratura tedesca del viaggio, ci si può ampia­mente rendere conto che il gentiluomo, fine letterato e poeta come la maggior parte degli escursionisti tedeschi, effettuò il viaggio quasi alla stregua di uno dei tanti turisti moderni, alternando visite a periodi di riposo e quindi con la mente lontana da elucubrazioni metafisiche o da utopici desideri che molti suoi con­temporanei pretendevano di esaudire con estemporanei viaggi nelle semi­sconosciute regioni del Sud. Giunto nel Meridione, lo Stolberg descrisse con vivacità, freschezza letteraria e senza prolisse alchimie filosofiche, i paesaggi, la vita e soprat­tutto i costumi delle diverse genti incontrate. I suoi resoconti e soprattutto i suoi versi risultano leggeri, interessanti e per parecchi motivi acuti, al contrario di molte altre descrizioni ripetitive di luoghi comuni lasciateci da numerosi viaggia­tori della sua epoca.

Chi era lo Stolberg? Gentiluomo di antica nobiltà, era rimasto affascinato dai racconti che alcuni viaggiatori gli avevano fatto di ciò che avevano visto nelle lontane terre del Sud, per cui aveva programmato un relativo viaggio, studiando per parecchi mesi la lingua italiana e raccogliendo notizie in merito su quei paesi per lui sconosciuti.

Nell'estate del 1791, completati i vari preparativi, si era deciso a partire in compagnia della moglie Sofia, del figlioletto di otto anni e del precetto­re di quest'ultimo, Nicolovius. A questo eterogeneo gruppo si unì il figlio del filosofo Jacobi, Geog Arnold di 22 anni. Insieme visitarono parec­chi centri della Germania, della vicina Austria e della Svizzera. Indi passaro­no in Italia per poi giungere nel Regno di Napoli, che percorsero in lungo e in largo: infatti da Napoli (maggio 1792) si spostarono sino a Lecce, Taranto e Brindisi, centro che trovarono spopolato perchè infestato dalla malaria, provocata dalle zanzare che popolavano vicini specchi di acqua putrida.

Poi, lasciati moglie e figlio a Napoli, passò in Calabria dove si interessò parecchio della triste condizione delle classi più umili, sottoposte a pesanti tributi regi e baronali, dei costumi delle genti locali e dell'economia di quelle zone.

Dalla sponda calabra, presa una barca a nolo, sbarcò in Sicilia (27 maggio 1792) in compagnia del giovane Jacobi e di Nicolovius, il quale aveva anche il compito di ritrarre persone o paesaggi che avrebbero colpito la loro attenzio­ne.

Stette poco a Messina, città che stentava a riprendersi dopo il terremo­to del 1783 e che in quel particolare periodo aveva poco da offrire ai viaggiatori forestieri; per cui comprò dei muli e intraprese la strada per Palermo lungo il selvaggio e bellissimo versante tirrenico. La campagna attorno al centro di Brolo lo colpì moltissimo per la sua splendida vegetazione, rinvigorita da una primavera piovosa e non ancora preda dei caldi estivi isolani.

Visitò poi Palermo ma non vi rimase molto e quindi intraprese ben presto la via di Trapani e Castelvetrano, dove gustò più volte il forte vino locale. Un momento particolare si ebbe quando lo Stolberg giunse sulle rive del fiume Belice e volle prendere un bagno nelle sue acque fredde, profonde e pericolose al punto di essere quasi travolto dalla corrente. Si salvò grazie ad un provvidenziale tronco che si trovava proprio vicino a lui. Ripartì subito perchè doveva visitare Agrigento e Siracusa, città ricche di resti classici che lo interessarono alquanto. Dalla città aretusea si spostò via mare a Catania dove lo attendeva l'ultimo e più importante scopo del suo lungo viaggio: la salita sull'Etna. Rimase a Catania parecchi giorni e provvide a munirsi di tutto ciò che gli sarebbe servito durante la salita: abiti più pesanti, muli e cibarie, oltre alla necessaria guida.

Per molti aspetti fu fortunato in quanto, dopo alcuni giorni di permanenza in città, ebbe notizia che il vulcano era entrato in piena attività effusiva, per cui si premurò di anticipa­re al massimo la sua ascesa in modo da poter vedere da vicino i fenomeni naturali vulcanici in atto. Durante la salita si interessò partico­larmente di tutto l'ambiente etneo, soprattutto della flora, anche perchè spinto da viva curiosità scientifica e in particolar modo botanica. Dell'eruzione, una delle più grandi del secolo, che fu sul punto di distruggere il borgo di Zafferana Etnea, lasciò poi una descrizione accurata ed interes­sante per via dei numerosi particolari (la massa rossa, gli alberi bruciati, i vigneti distrutti, il dolore dei contadini, ecc.) che lo colpirono intensamen­te ed emotivamente. Questa descrizione fu poi inserita nel secondo volume del suo "Reise" dove si narrano, soprattutto in forma poetica, i particolari del suo viaggio in Sicilia. Brani delle sue poesie "vulcaniche" sono stati paragonati da una studiosa ed esperta di viaggi, la Tuzet, alla più famosa "Ginestra" del Leopardi. Bellissima la descrizione degli animali che fuggono davanti al torrente di fuoco e la tragica sorte di tutti i poveri contadini, le cui terre e case stanno per essere travolte dal fiume incandescente.

Con lo Stolberg, l'Etna ha trovato un poeta degno di cantare i suoi momenti più tremendi per le popolazioni che da secoli abitano i suoi feraci pendii. Infatti la poesia del poeta tedesco risulta ardente, vulcanica, e ci pone davanti il vasto e terrificante, ma nello stesso tempo splendido, spettacolo di una zona preda delle fiamme e del fuoco. Questa produzione poetica dà l'impressione di una ricchezza rigogliosa, di grazia, di freschezza e di varietà.

Dall'Etna il nostro viaggiatore, attraverso l'antica Via Regia che si snodava attraverso i territori di Trecastagni, Fleri, Bongiardo, giunse a Giarre, indi a Taormina, di cui ammirò vivamente gli antichi ruderi e lo splendido paesaggio.

Completato l'iter siciliano, durato 50 giorni, lo Stolberg per evitare sgradevoli incontri sul mare, si imbarcò il 10 luglio a Messina su una veloce barca che aveva fatto venire apposta da Siracusa e senza fare cattivi incontri, sbarcò dopo alcuni giorni di navigazione a Napoli, dove si riunì con la moglie e il figlio. Poi, alla stregua di un moderno turista, si ritirò prima a Sorrento e poi nella vicina isola di Ischia, per ritemprare le forze prima del rientro in patria. La permanenza partenopea si prolungò, data la dolcezza della mite stagione, sino all'ottobre del 1792. Lo Stolberg si interessò poco o niente ai fatti politici, nonostante in quel periodo si fosse aperta nel Reame di Napoli la caccia ai presunti liberali e giungessero allo stesso tempo notizie degli avvenimenti che stavano squassando la Francia.

La sua mente era lontana da quei fatti ed egli preferiva interessarsi di altre cose meno impegnative e cruente come ad esempio gli studi dei costumi ed economici. Non riusciva a capire perchè nel Sud e specialmente in Sicilia, i prodotti da esportare fossero pesantemente tassati e perchè i contadini non potessero vendere direttamente i loro prodotti, soprattutto il grano.

Tale prerogativa di vendita era posseduta solo dalla nobiltà, che spesse volte doveva però fare i conti con potentissimi funzionari corrotti che potevano aprire e chiudere i porti a proprio piacimento. In quest'ottica di mercato e di traffici marittimi, il nostro viaggiatore si interessò e parlò dei pirati che infestavano quei mari e che erano il terrore di tutte le imbarcazioni mercantili. Del soggiorno partenopeo ricordiamo l'originale descrizione dell'isola di Procida, all'epoca priva di gatti, a causa di una particolare ed assurda legge borbonica, e per questo invasa in poco tempo da frotte di famelici topi.

Concluso il tour italiano lo Stolberg fece ritorno in patria, ad Amburgo, dove giunse nel gennaio 1793. Subito cominciò a riordinare i suoi appunti che pubblicò alcuni anni dopo in lingua tedesca e in seguito (1796) in lingua inglese.

Stolberg si discostò nettamente da tutti i suoi contemporanei e contribuì, molto più di tanti altri, a far conoscere nella sua vera essenza e nelle diverse manifestazioni, la vita, i costumi, l'economia, la botanica e tante altre vive notizie delle genti del Meridione d'Italia.