STORIA & TRADIZIONI
 Le stoffe dei Re
e la Via della Seta

  a cura di Francesco Musumeci


L’allevamento del baco da seta rappresenta per la Sicilia uno spaccato di storia e cultura popolare di grande interesse prendendo le mosse da tempi molto remoti in cui la sericoltura rappresentava per l'isola fonte di ricchezza e di notorietà

Ancora oggi in Sicilia l'albero del gelso è una costante dei grandi appezzamenti di terreno. Non è un caso, piuttosto è la traccia visibile di un passato produttivo splendente che ha visto l'isola primeggiare in Europa anche per la sericoltura e i manufatti tessili. Un primato, nella qualità oltre che nella quantità, che raggiunse l'apice, sul piano commerciale, nel secolo XVII, quando la seta risultò essere il secondo genere prodotto (dopo il grano) e il primo più esportato. Da allora, con una parabola discendente, l'intero fenomeno produttivo conobbe alterne vicende che causarono una lenta ma irreversibile decadenza, offuscandone persino la memoria nelle generazioni seguenti.

La storia, affascinante ed emblematica, della Via della seta in Sicilia così come è possibile ricostruirla inizia molto tempo addietro, verosimilmente durante la denominazione araba. Certamente, una delle testimonianze più fulgide e più remote dell'arte della filatura della seta nel vecchio continente è il mantello di Ruggero d'Altavilla, Re di Sicilia, che è esposto allo Schatzkammer di Vienna. I caratteri cufici impressi lungo il bordo ci dicono che il prezioso manufatto di seta rossa, ricamato in oro e perle, fu realizzato a Palermo da artisti siculo arabi nell'anno 528 dell'egira (A.D. 1140 c.a.). Questo manto da cerimonia, che fu indossato anche da altri Re normanni, era stato tessuto nell'opificio di corte dove “dimoravano la perfezione e l'eccellenza”.

Questa struttura produttiva era fiorente già durante il dominio musulmano, tant'è vero che le stoffe di Palermo facevano bella mostra di sé nei mercati di Alessandria d'Egitto, di Napoli, di Amalfì e di Salerno, fin dal secolo IX. Il reale opificio denominato in arabo Tiraz fu ereditato dai Normanni, che anzi ne potenziarono, in vari modi, il prestigio e la produttività. Nel 1147 ad esempio, nelle logiche della concorrenza più spiccata, la flotta siciliana al comando di Giorgio d'Antiochia approfittò della seconda crociata in Terra Santa per saccheggiare le città di Atene, Tebe e Corinto e la regione dell'Eubea. Furono trafugati ingenti quantitativi di preziosi manufatti e furono imprigionati un gran numero di artigiani della seta e di donne operaie esperte nella bachicoltura. Con l'apporto di tanta manodopera specializzata e di maestri della filatura depositari di una grande tradizione, il Tiraz di Palermo poté sopravanzare l'industria serica di Bisanzio, il cui fiorente e inattaccabile commercio risaliva al secolo VII inaugurato, si dice, da due monaci persiani che avevano "rubato" dei bachi in Cina e ne avevano fatto dono all'Imperatore Giustiniano. Fu così che, fino al 1194, l'opificio palatino raggiunse livelli di lavorazione straordinari, creando, come si direbbe oggi, la moda dell'epoca.

Con la fine del regno degli Altavilla e prima della morte improvvisa dell'imperatore Enrico VI di Hohenstaufen, cioè prima del 1197, una gran parte di tesori e manufatti preziosi, compreso il mantello di Ruggero, furono caricati su centocinquanta muli debitamente scortati che risalirono la penisola e attraversarono le Alpi. Contemporaneamente, da Palermo l'allevamento del baco e la coltivazione del gelso, le cui foglie sono il nutrimento essenziale per la sopravvivenza del filugello, si diffusero ovunque nell'isola, dando vita a numerosi e qualificati centri di produzione e lavorazione della seta. Sia il prodotto grezzo che i tessuti e i manufatti, esportati in Europa e in Oriente, rappresentarono per secoli la voce più attiva nei circuiti mercantili che attraversavano il Mediterraneo. Nel 1768 la produzione della seta superava le settecentomila libbre, che venivano esportate in gran parte allo stato grezzo. Erano le navi genovesi e veneziane prima, e poi quelle inglesi, olandesi e francesi che caricavano questa seta non lavorata che raggiungeva quelle industrie tessili del Nord Italia e dell'Europa, già altamente specializzate. La fattispecie autorizza a dire che se la Sicilia non rappresentava affatto la periferia del mondo economico dell'epoca, tuttavia non ne costituiva l'avanguardia.

All'eccellenza dei siciliani (e dei meridionali in genere) nella sericoltura, alla loro competenza agronomica empirica (che fino all'avvento dell'età moderna fu tra le più alte che il mondo di allora potesse vantare) corrispondeva una loro debole capacità di commerciare i propri prodotti. Una caratteristica, questa, che ha penalizzato, come sappiamo, nelle diverse epoche e fino ai giorni nostri, l'intero comparto agricolo isolano e, in parte, del Mezzogiorno italiano. In quei tempi la coltura del gelso e la filatura della seta si erano diffuse ad est come ad ovest nell'isola: a Noto, Caltagirone, Siracusa, Trapani, Acireale e nel messinese, interessando un pò dovunque le città, ma non coinvolgendo le forze sociali della campagna, come avveniva in altre aree della penisola.

Il commercio in Sicilia era regolato dai Consolati della seta che erano rappresentati a Palermo, a Messina e a Catania. Nel gennaio del 1776 Acireale si candidò a divenire Consolato per manifatturare in proprio la seta, prodotta in gran parte nel territorio dei Manganelli. Ma le tre città, forti degli antichi privilegi e delle finanze a disposizione, si opposero risolutamente. Il redditizio oligopolio si perpetuò così, tranne alcune concessioni alla "coraggiosa" e operosa Acireale, fino al 1781, quando Re Ferdinando III di Borbone dispose che ogni città potesse tenere liberamente filatoi, telai e quant'altro necessario alla lavorazione della seta.

Sul finire del XVIII secolo l'industria serica decadde nell'isola, continuando a prosperare nel Sud d'Italia. Le manifatture, danneggiate dal blocco continentale voluto da Napoleone, ma anche da un'incapacità a creare ammodernamenti, ripresero nuovo slancio nei decenni successivi. In quest'ultimo momento produttivo felice, fino agli anni '30 in particolare, nella sola città di Catania lavoravano dai 15 ai 20 mila operai, poco meno del 50% dell'intera popolazione, che non superava allora i 50.000 abitanti. In quegli anni, distribuiti nelle varie filande, operavano a pieno ritmo circa 1170 telai di cui solo 170 alla Jacquard (il tipo più moderno). Dopo il 1850 la sericoltura perse ogni valenza economica e commerciale, fino a scomparire dall'orizzonte della progettualità produttiva.

L'ipotesi aperta e amara, con la quale vogliamo concludere, è che tutto sia finito per l'incapacità di operare trasformazioni alla luce dei tempi che cambiavano. Riprendere il filo del discorso interrotto è una questione, ci pare, di buon senso e di lungimiranza politica. Ma anche di passione e di rispetto per la nostra terra dai trascorsi straordinari.