La documentazione archeologica dirnostra l'esistenza di ínsediarnenti tra il IV e il VII millennio a.C., ma è con la colonizzazione greca che si stabiliscono forme di organizzazione della vita più progredite. Dal poco che si conosce del periodo delle colonizzazioni (greca, cartaginese, romana) pare che solo una parte della popolazione indigena si sia integrata con i colonizzatori mentre la parte più consistente allontanatasi dalle zone costiere, si sia ritirata nelle fasce più interne e montane, cui i Greci erano meno interessati continuando i loro modelli di vita piuttosto rozzi e arcaici basati sull'agricoltura e la pastorizia.

La situazione dovette necessariamente mutare nel periodo della conquista romana che assunse tutte le forme della dominazione. Le popolazioni furono costrette a fornire in maniera sistematica rifornimenti di grano e di materie prime necessarìe per mantenere in piedi la complessa macchina militare e organizzativa dei romani.

Comincia ad apparire nei testi latini il nome Petra, località sita nel territorio delle Petralie anche se non ancora individuata con certezza. La città fu inizialmente coinvolta negli scontri militari con i romani ma successivamente scelse, così come tutte la principali città madonite, di trattare col nemico e non opporre resistenza all'occupazione. Questo comportò (come narra Plínio) l'inserimento tra le -città privilegiate (decumanae) e quindi un prelievo erariale piuttosto contenuto (la decima parte del prodotto agricolo).

Tra il 70 e il 72 a.C., Cicerone soggiornò a Petra alla ricerca di prove contro il proconsole. Da Cicerone apprendiarno che i Petrini pagavano una decima di circa 45.000 sesterzi e che un emissario di Verre, Nevio Turpione, volendo imporre un contributo più consistente, aveva provocato la resistenza degli abitanti che si rifiutarono di pagare. Negli anni '20 il numísmatico Gabrici scoprì una moneta del periodo romano che portava la dicitura "Petra". Poichè il privilegio di battere moneta era appannaggio delle città di una certa importanza, questo fa pensare che la città abbia avuto un ruolo non indifferente sotto la dominazione dei romani ed abbia stabilito dei buoni rapporti con essi.

Un'altra testimonianza dell'importanza di questa città può desumersi dall'esistenza dei resti di un'opera pubblica (un acquedotto?) ancora esistenti in una zona a Nord di Petralia Soprana. Ma come scrive il Figlia "sono frammenti ed indicazioni ancora insufficienti che potrebbero stimolare la curiosità e l'interesse a saperne di più, non soltanto dei propri luoghi natii, ma di tutto intero questo periodo storico".

L'esistenza, infine, di un "palmento" di epoca romana scavato nella roccia, ritrovato in contrada "Muratore" testimonia la presenza della coltivazione della vite e ci fa supporre l'esistenza, in questo periodo, di colture agricole diversificate e non dominate esclusivamente dalla coltura del grano.

Anche del periodo post-romano, dalla breve dominazione dei Vandali fino a quello bizantino, esiste una scarsa possibilità di documentare sia la storia generale che quella locale delle Madonie per l'assenza oltre che di fonti documentarie anche di quelle monumentarie. Si può pensare che "la zona dovette essere relegata, ancora una volta, ai margine della vita del tempo".

Del periodo della conquista musulmana sono poche le tracce legibili sul territorio. "Si sa soltanto che quasi tutti i paesi, addossati alle Madonie, fossero degli agglomerati di trascurabile entità demografica, generalmente piccoli borghi rurali, semplici casali e, spesso poveri e modestissimi punti di riferimento in campagna, utilizzati da non più di due o tre unità lavorative la struttura abitativa non andava al di là dei bennoti "pagliai" (Figlia). Per cui non ci si può stupire della mancanza di testimonianze architettoniche.

Gli Arabi infatti a differenza dei Bìzantinì, che avevano lasciato un paesaggio agrario fatto da grandi distese di terra con insediamenti difensivi (castelli) nei punti più alti, hanno dato una diversa sistemazione della campagna tentandone una valorizzazione sia attraverso innovazioni nei sistemi di coltivazione che nelle tecniche dell'assetto del terreno.

Il risultato portò ad un insieme di nuclei di proprietà frazionata, ad (come è stato definito) "un deserto disseminato di oasi abitate". Gli Arabi infatti si dedicarono con attenzione ed impegno all'agricoltura operando prevalentemente come contadini conduttori. Numerosi sono nel territorio di Petralia elementi di toponomastica dei luoghi e termini linguistici giunti fino a noi: una contrada chiamata "Maímone", così denominata in onore di un "gaito" certo Maimun, a lungo signore di Petralia; un'altro sito sulle montagne col nome di ''Fogara'' (dal dialetto arabo fawara cioè sorgente); e ancora il termine kanziria che ancora oggi designa una strada al termine della quale si trova un luogo dove si sottoponevano a trattamento di concia le pelli; dukkana ancora usato come 'tucchiena' (sedile di pietra) o babbaluci (lumache).

Essi cambiarono anche il nome antico di Petra in Batarliah che solo con i Normanni ritornò ad essere Petralia. Petralia in quel periodo oltre ad essere sede di una capitaneria militare era dotata di una moschea e probabilmente fu anche sede di un emirato.

Un'altra caratteristica dell'economia madonita sviluppata dagli Arabi è costituita dall'apertura verso attività econorniche di tipo mercantile tanto che a Petralia, scrive Edrisi, esisteva un "mercato che non la cede per nulla a que' delle maggiori città". Mercato che non era occasionale ma che continuò ad esistere per molti secoli ancora, mantenendo una sua vitalità.

Successivamente essa fu teatro dei primi e più impegnativi scontri fra Arabi e Normanni fino a quando "sotto le mura del castello di Petralia, luogo naturalmente fortificato e da sempre ritenuto fondamentale per la difesa dell'abitato, si fece vedere nell'estate dell'anno 1062 Ruggero con i suoi armati". Gli abitanti compresa l'impossibilità di una resistenza all'assedio decisero di comune accordo di consegnarsi pacificamente al normanno.

Inizia così un nuovo e lungo periodo di storia in cui prevale l'organizzazione del territorio tipica dei Normanni cioè l'ordinamento feudale. Pare che il territorio di Petralia sia rimasto terra demaniale se è vero che Ruggero Il investì di Petra lia il suo stesso figlio Guglielmo 1 prima della sua morte avvenuta nel 1154.

La separazione tra Petralia Soprana e Petralia Sottana prende corpo sul finire della seconda metà del sec. XIV spinta dalla modificazione della struttura produttiva agraria. 1 Normanni infatti distruggendo l'habitat delle campagne di inatrice araba spinsero le popolazioni madonite a concentrarsi in una rete di borghi rurali, mettendo in opera così le precondizioni per l'avvio del sistema feudale.

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I ricchi ritrovamenti preistorici della cosiddetta "Grotta del Vecchiuzzo ', nella località Rocca delle Balate proiettano gli insediamenti umani nel territorio in un'epoca databile tra il paleolitico superiore o il neolitico inferiore cioè tra il quarto e il terzo millennio A. C 1 resti rinvenuti (studiati in una pubblicazione della Borio Marconi del 1979) permettono di formulare delle ipotesi circa i primordiali modelli di vita di una comunità contadina e sulle tecniche antiche di coltivazione dei campi e dell'allevamento del bestiame.

Ma chi erano i primi abitanti del luogo? L'ipotesi più attendibile è che alle primitive culture neolitiche degli aborigeni, impiantatesi e sviluppatosi per un lungo arco di millenni, si siano poi sovrapposte e mescolate quelle attribuite ai Sicani popolo proveniente dalle terre d'Iberia (o forse dalla Liguria) che dalle zone costiere occidentali sono stati via via spinti verso l'interno dell'Isola (1200 A. C. circa) dal sopravvenire dal continente dei Siculi.

Questi progressivi inserimenti li hanno spinti sempre più verso le zone montagnose delle Madonie. Le varietà dei prodotti d'argilla e ceramica della grotta del " Vecchiuzzo " testimoniano una vita di scambi e relazioni piuttosto intensa con le altre comunità isolane. L'asse proferenziale di tali scambi e rapporti era costituito dal fiume Imera meridionale (Salso). La maggior parte dei reperti sono oggi conservati presso il Museo Archeologico di Palermo.

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La paga giornaliera di un bracciante, per quanto leggermente ritoccata, non supera quasi mai i 20 soldi (che è in genere la paga corrisposta nei momenti di maggior richiesta di manodopera, coltivazione delle vigne e mietitura). Si sa inoltre che il consumo personale di pane al giorno per un contadino era di un chilo e mezzo circa e la quantità di pasta dai 250 ai 300 grammi, anche se avaramente condita con olio e rinforzata abbondantemente con la verdura.

Nelle giornate festive o nelle ricorrenze da sottolineare, allora si ripiegava nella preparazione del surrogato del sugo di carne, il cosiddetto "sugo finto ", composto con estratto di pomodoro essiccato al sole in estate, convenientemente diluito e sostenuto da qualche uovo messovi dentro a cuocere. Il solo pane e la pasta (che non erano sempre le solite "tagliarine "fatte in casa) ora acquistata nei nuovi tipi dal pastaio, comportano la spesa di 12 soldi circa al gi . orno (se la pasta viene mangiata ogni giorno); quello che resta dei 20 soldi dovrebbe bastare al sostentamento degli altri componenti lafamiglia, anche nei giorni in cui non sifosse trovata occupazione!

Ben migliore, rispetto agli inizi del secolo XIX e anche prima, è la condizione abitativa negli agglomerati urbani, specie nei quartieri ove è sistemata in prevalenza la consistente fetta di popolazione che vive della campagna e del lavoro dedicato ad essa. Sono paesi, quelli delle Madonie, di dimensione ragguardevole (si va di solito dai 5000 ai 7000 abitanti), inerpicati sui pendii delle alture, che vengono ricoperti con costruzioni in pietra lungo le stesse curve isoipse, con qualche rara cordonata trasversale (Petralia Sottana, Gangi, Geraci).

Le abitazioni hanno il solito carattere monocellulare, molto raramente sono rivestite all'esterno da intonaci, che è invece il tratto distintivo delle abitazioni dei settori benestanti e dei "civili Qualche casa può utilizzare un secondo vano generalmente sovrapposto; spesso, data la natura del terreno, si ottiene l'accesso ad esso con una scala esterna (1"annatu) che, oltre a rendere indipendente il vano, serve anche afar risparmiare spazi 1 1 . n quello sottostante che, quando è l'unico a disposizione di
chi lo occupa, è utilizzato per i molti usi che la vita, pur ridotta ai bisogni essenziali, richiede.

In esso vi è l'angolo per il focolare, la parte destinata a stalla per ospitare una o due bestie da soma, il letto o i letti (se si è molti in famiglia) e i vari soppalchi e ripostigli, qualcuno ricavato dentro i muri, utili per riporvi, senza ingombrare il resto

*del locale, qualche cibo conservato o le scarse provviste per l'anno (peperoni sott'aceto, olive nere, eccetera). Poche le suppellettili, qualche ' rustico mobile essenziale e l'utilizzazione dello spazio sotto il letto per sistemarvi la raccolta dei cereali dell'anno.

Molto rari i balconi, piùfrequenti le finestre nella sopraelevazione, allungate fino all'allezza del pavimento, protette a metà dalle inferriate o da altri accorgimenti per renderle sicure. Tutto ciò per le case con più di un vano; nelle altre, la luce entrava dalla porta o da qualche piccola apertura praticata nel muro, prevista piuttosto perfar circolare l'aria quando in casa si accendeva ilfuoco e la legna non sempre perfettamente asciutta, pro vocava fumo acre ed abbondante. Le stesse porte di accesso principali erano rabberciate alla meglio con legno antico di provenienza dal vicino bosco, qualcuna più pretenziosa era verniciata in verde, secondo un'antica costumanza locale.

C'era, inoltre, un'altra grave remora che angustiava questipaesi edera ilfatto che il disporsi così fitto delle case, in aggiunta alla natura del terreno rendeva impossibile, al di la dell'impegno economico, e delle possibilità o meno di poterlo affrontare, qualsiasi loro ampliameto. Nonostante le grosse difficoltà di una vita così disagiata, nessuno degli addetti al lavoro agricolo, preferiva stabilirsi in insediamenti magari più comodi ma in campagna e non tanto perchè in paese si fosse nelle condizioni di usufruire dei servizi comuni (acquedotti, fognature, fontane, servizi igienici, eccetera) perchè è noto quanto essi erano carenti e insufficientifin quasi al secondo dopoguerra.

Le resistenze dei contadini a risiedere stabilmente nei lontani luoghi di lavoro, quasi sempre ex.feudi, erano anche determinate dalle disagiate condizioni che avrebbero colà ugualmente incontrato: assenza di acqua, di case in muratura (il classico pagliaio era la soluzione adottata da secoli) l'impianto in muratura era riservato al feudatario, al soprastante, al gabellotto e al magazzino per la conservazione delle scorte dopo il raccolto. Evidentemente, se queste condizioni fossero esistite in quelle campagne avremmo dovuto parlare di diveso modello di sviluppo (l'appoderamento colonico) rispetto alle tecniche feudali-latifondistiche ancora prevalenti. Da qui, il desiderio ma anche la necessità di tornare in paese affrontando un viaggio di ore sulle cavalcature; almeno, con il ritorno in paese, si . apri . va la possibilità, quando la stanchezza lo permetteva, di un rapporto più umano con le altre persone magari attraverso uno scambio di opinioni sulle condizioni di vita e la ricerca delle vie più idonee a modificarle o a migliorarle.

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L'inserimento della donna, dopo la fanciullezza, nelle difficoltà della vita quotidiana era già avvenuto attraverso il precoce lavoro all'interno dellafamiglia, che poteva essere di sostegno a quello più gravoso della madre (a volte purtroppo insostituzione, quando ne rimaneva priva) nelle numerose faccende di casa o nell'assistenza agli altri componenti la famiglia (fratelli, sorelle, anche più piccoli, nonni, zii) o più raramente i . n lavori prestati fuori casa, come serva ("criata"), trasportatrice di acqua, lavandaia o altro.

A casa, doveva anche apprendere i primi rudimenti del cucito, dei lavori a maglia, della preparazione dellepiù elementari e semplici pielanze. Quando le condizioni economiche erano molto precarie bisognava abituarsi a filare la lana e il cotone, materiali che era gravoso acquistare in piazza. Questo particolare lavoro di solito era svolto anche dalle donne anziane di casa e, quando esistevano, era impegno quasi esclusivo delle nonne. Poi, man mano che si avvicinava l'età del matrimonio, indipen

dentemente che potesse o no verificarsi, ci si doveva pur preparare all'evento e l'attenzione veniva rivolta a preparare qualche capo indispensabile del corredo, confezionato molto spesso in casa, che di solito poteva consistere in una coppia di lenzuoIa ricamate con amore e tanta cura con relativo ricambio semplice, una coperta tessuta a mano, qualche asciugamano o altre piccole cose di limitato valore. Se si riusciva a mettere su un corredo di una certa importanza, allora veniva esposto una set-
timana prima delle nozze (in qualche caso il giorno del fidanzamento) perchè gli invitati potessero ammirarlo.

In quegli anni, anche se un certo progresso nel settore della viabilità e dei trasporti si era conseguito, la vita si svolgeva per la stragrande maggioranza della popolazione entro la comunità di origine e la mobilità della popolazione ne risultava limitatissima, quindi i matrimoni erano quasi sempre endogamici e avvenivano con più frequenza fra persone appartenenti allo stesso ceto sociale. Nonostante tutto, si comincia ad abbandonare la consuetudine di spingere i giovani a sposare una parente o una vicina di casa, di cui a lungo si erano conosciute le abitudini e i comportamenti.

Il lento e contrastato distacco dalla endogamia era anche l'opportunità, non certo sgradita, per allentare i vincoli di controllo e di autorità dei genitori sui figli, che diventava piena autonomia quando cì si doveva trasferire altrove. In molti casi, con particolare frequenza negli ambienti più segnati dall'agiatezza e dal benessere, il valore e il significato della "roba " presiedevano ad ogni altra motivazione di scelta, condizionando sotto questo profilo numerosi matrimoni. Rarissimi i matrimonifra ceto rurale e borghesia agraria e professionista (se non per qualche atto riparatore), altrettanto rari tra contadini e commercianti o bottegai. Anche così contratto, il matrimonio rappresentava sempre un mutamento radicale della condizione della donna; dalla dipendenza e tutela in cui era costretta a vivere quando rimaneva nobile (tale

condizione perdurava per quelle che rimanevano a casa non sposate), si passava alla funzione di donna-moglie e di donna-madre, con responsabilità primarie e altro ruolo. Difficile dire se i matrimoni avvenivano unicamente per attrazione e simpatia ; anchese la vigilanza e l'interferenza dei genitori erano allora abbastanza condizionanti, si può con ogni verosimiglianza ritenere che, nella maggioranza dei casi, alla base dell'unione c'erano motivazioni

sentimentali ed interessefisico. Anzi, quando queste motivazioni erano prevalenti e non si riusciva a superare la ferma ostilità dei genitori, allora non era escluso che si ricorresse alla cosiddetta 'fuitina". Quando invece la "fuitina" " era un escamotage per rompere certi atavici tabù, come le differenze di casta e di ceto sociale, allora neppure essa poteva metter fine ad una storia d'amore, che in moltissimi casi si concludeva con l'associazione alle carceri del giovane e il ritiro in convento della ragazza. La stessa "fuitina" diventava la soluzione tacitamente accettata da tutti quando le condizioni degli sposi era

no difficili e anche con il concorso di altri parenti non si riusciva a metter su quanto occorresse per la cerimonia ufficiale. La quale, secondo le costumanze di allora, prevedeva un primo appuntamento, il fidanzamento ufficiale, che comportava l'obbligo di offrire agli invitati un modesto rinfresco, mentre molto più impegnativo doveva essere l'altro, che poteva seguire a breve scadenza, il matrimonio vero e proprio. In questi casi, pur nel contenimento delle spese, non ci si poteva esimere dal ringraziare gli invitati offrendo loro generalmente dolci di mandorla (quasi sempre fatti in casa: torroncini e amaretti), rosolio (liquore anch'esso prepa~ rato in casa) e ceci cotti alforno mescolati alle fave, anch'esse abbrustolite in casa.

Se si poteva andare oltre nelle spese, allora venivano ordinati dolci un po'più complicati, la preferenza era per i "dolci" di Riposto ', (pastà reale con un po' di conserva di frutta secca dentro), ricoperti da uno strato di zucchero fuso, che se pur ordinati in anticipo a chi sapeva confezionarli (si trattava sempre di donne che lavoravano in casa su ordinazione) potevano mantenersi a lungo commestibili. Naturalmente, in qualsiasi matrimonio, povero o ricco, immancabili erano negli ultimi tempi i confetti bianchi e per il loro acquisto bisognava obbligatoriamente rivolgersi a Palermo, che in questo settore era abbastanza attrezzata.

Due capi doveva obbligatoriamente contenere il corredo preparato dalla donna (sulla quale, è bene ricordarlo, incombeva il maggior onere nel contribuire all'impianto della nuova casa, l'apporto cioè della dote"): l'abito bianco per il giorno delle nozze e l'abito Vegli otto giorni" preferibilmente scuro o addirittura nero, da indossare quando la coppia, conclusa la luna di miele, trascorsa evidentemente in paese, iniziava a fare un giro di visite di ringraziamento recandosi dai vicini, dagli amici, dai parenti.

(dal vol. di F. Figlia, Dall'autico regime all'età contemporanea di un comune rurale, Palermo 1994)

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Il suo territorio quasi interamente compreso nel Parco delle Madonie offre oltre a quello naturale un vasto patrimonio di beni culturali Petralia Soprana è il più alto Comune della provincia di Palermo, arroccato su un altopiano proteso a balcone a 1147 m. slm.

E' dominato dalla Chiesa di Santa Maria di Loreto, un tempo fortezza, dalla quale si gode un ampio e pittoresco panorama: Monte S. Salvatore, Madonna dell'Alto, montagne di Savochella, rocca Busambra, monte Cammarata, mentre all'orizzonte si intravede l'Etna, la città di Enna, Calascibetta, Alimena e Gangi.

E' un piccolo centro che non supera i 5.000 abitanti, popolazione frazionata tra il paese vero e proprio e le sue 32 borgate. Il suo territorio di circa 57 Kmq ricade quasi interamente nel Parco delle Madonie per l'interesse che riveste dal punto di vista naturali stic o-paesaggi stico -arc hitettonico, caratterizzato da un paesaggio montuoso e collinare a tratti boschivo e ricco di corsi d'acqua, con le sue vette più alte ricoperte di neve per lunghi periodi dell'anno e grazie alla sua ubicazione in posizione dominante, che le risparmia il gran caldo e la vicinanza degli impianti sciistici di Piano Battaglia, può essere meta di turismo sia estivo che invernale.

Petralia soprana è una città ricca di storia, ma anche di arte e di artisti, tra i quali ricordiamo Fra' Umile Pintorino, vissuto nella prima metà del sec. XVII, rinomatissimo artista siciliano ed eccellente scultore di opere in legno e, soprattutto, Crocifissi che si trovano in molte città e paesi della Sicilia e della Calabria. Notevoli anche le tradizioni legate alla civiltà agricola, ma anche di carattere religioso che rendono questo ideoneo a piacevoli soggiorni.

E Conte Ruggero d'Altavilla nel 1062 sconfisse i Saraceni combattendo fino alle porte dell'antica Petra dove si insediò, fortificando le mura, costruendo un altro castello (oggi rudere) a Nord-Ovest dell'antica rocca, edificando la Chiesa di San Teodoro e rendendo al culto cristiano la moschea, oggi Chiesa del S.S. Salvatore.

Amico scrive "Già la fortezza un tempo validissima, or di ruine lacerata sovraneggia l'intero paese e ne sta come a capo; vi era un tempo l'abitazione dei barone, che profferisce il XXXIII voto nel parlamento". Lo stesso autore spiega l'origine del nome di Petralia, facendolo risalire ad un "celeberrimo forte - nei pressi delle due Petralie - dove galleggia dell'olio, che sul mattino si raccoglie nei vasi; ne sta presso la chiesa rurale della Madonna custodita da eremiti. L'olio è adattissimo alla cura delle malattie cutanee, .... da esso vien detta la città Pietra dell'olio e comunemente Petralia".

Dal sec. XII l'antica Petra diviene nei documenti Petralia (Petra Heliae), forse in onore del Santo profeta Elia, fondatore dell'ordine dei Carmelitani Scalzi (un convento di quest'ordine sorse nel 1050 dov'è oggi la chiesa della Madonna di Loreto). Petralia intorno al 1258 fu terra demaniale e passò alla Contea dei Ventimiglia di Geraci, per staccarsene nel 1396 e passare alla Contea di Collesano; nel secolo XV ai Centelles e ai Cardona; nel 1600 ai Moncada e gli Alvarez de Toledo. Il Duca e il Vicerè Moncada cominciarono a smembrare il territorio, sorsero così Alimena e Resuttano e intorno al 1800 sotto i Borboni altre terre furono cedute a nuovi comuni, Bompietro e Petralia Sottana.

L'adesione all'Italia Unita e un feudalesimo baronale che durò fino alla caduta del fascismo, quando i grossi feudi, in seguito alla riforma agraria (195 7), furono suddivisi e ceduti in parte ai contadini, costituiscono le vicende storiche recenti del paese comuni a tutte le realtà meridionali. Petralia Soprana per le sue antiche origini vanta un patrimonio artistico vasto e variegato. Il centro del paese è rappresentato dalla Piazza del Popolo, ex chiesa di Santa Maria del Carmelo (demolita nel 1928), che accoglie il monumento ai Caduti dello scultore palermitano Antonio Ugo; di fronte si erge il Palazzo Municipale (1896) in stile neogotico che occupa parte dell'antico convento dei Carmelitani.

Di sicuro interesse sono: La Chiesa Madre dedicata ai Patroni S.S. Pietro e Paolo che è un assemblaggio di vari stili architettonici le strutture antiche furono infatti inglobate nella ricostruzione a due navate fatta da Antonio Ventimiglia nel XIV sec. Successivamente ancora ampliata nella prima metà del '700 e decorata secondo gli stilemi del periodo con stucchi tardo barocchi; la diversità dei campanili, delle decorazioni, dei capitelli, del portale rivelale origini delle varie parti della chiesa.

L'interno accoglie opere di grande rilievo, come il primo Crocifisso in legno di Fra' Umile di Petralia e pregevoli opere di scultura: una Madonna dell'Udienza attribuita ad Antonello Gagini, una Madonna della Catena di Giorgio da Milano (1495) ed una Pietà di Giuliano Mancino. Un tabernacolo ligneo dorato di Pietro Bencivinni ed un "tesoro" costituito da preziosi paramenti sacri ed un calice del XVI sec. d'argento intarsiato con smalti.

La Chiesa di Santa Maria di Loreto (settecentesca) occupa il sito dell'antica fortezza, caratterizzata da un prospetto in stile barocco e da due campanili della cuspide policromi. L'intemo, a croce greca, è un vero e proprio museo di opere d'arte del '600, '700 e '800. Le quattro cappelle angolari rivolte verso una cupola omata di stucchi dorati e sorrette da pilastri, custodiscono una Madonna con Bambino di G. Mancini, pala marmorea quattrocentesca con numerose formelle con bassorilievi della vita di Cristo. Interessanti gli affreschi (di G.Galbo e D. Manzo) e gli arredi della sacrestia.

La Chiesa del S.S. Salvatore di forma circolare, costruita nella seconda metà del secolo XV, si presume, edificata sul-" le fondamenta di una moschea. L'interno, a pianta ellittica, conserva anch'essa opere di grande valore artistico, tra cui un'icona marmorea di scuola gaginesca della fine dei secolo xv. La Chiesa di San Teodoro; del Collegio di Maria; di San Michele; di Santa Lucia; della Pinta; della S.S. Trinità nella borgata di Fasanò; del Sacro Cuore nella borgata Salaci e molte altre.

Grande rilievo nella vita religiosa di P. Soprana hanno anche le cappelline private (Santa Maria della Pace nella borgata di Madonnuzza) e le edicole votive per lo più private. Il paese è ricco di numerosi beni artistici: il Monumento a Frate Umile; la Fontana dei 4 Cannoli; i Portali delle antiche case; i bevai; le viuzze in selciato, le piazzette, le scalinate, i palazzi, le ville e le case nobiliari sparse nelle varie borgate (villa Sgadari, villa Lucietta a Serradarna, villa Messineo a Santa Marina etc.).

Petralia Soprana è ricca di tradizioni anche se molte col passare del tempo sono state via via accantonate e oggi rivissute solamente attraverso i ricordi delle persone anziane. Le feste religiose sono quelle che hanno sempre avuto una grande forza di richiamo. La festa di San Pietro e Paolo, i Patroni del paese, è quella più sentita dai fedeli. Alla processione vengono portati i santi di tutte le chiese, preceduti dai tradizionali tamburi al ritmo dei quali si esibiscono gli stendardieri delle varie congregazioni.

Il giorno di Pasqua, molto suggestivo e in parte folkloristico, è "U' NCUANTRU" di Gesù risorto e della Madonna, che si cercano lungo le vie del paese per ritrovarsi nella piazza Duomo e proseguire assieme in processione. La mattina presto del giorno di Natale, prima della novena, un dolce motivo suonato dalle "ciaramelle" degli zampognari richiama i fedeli alla messa. Per la festa di San Giuseppe, i devoti preparano dei pani e li distribuiscono casa per casa.

Un'altra divertente manifestazione si svolge a Ferragosto, quando si organizza una rievocazione in costume del secolo scorso. Gli stendardieri delle congregazioni paesane e dei paesi vicini si affrontano, nella piazza del Duomo. Da alcuni anni si organizza in agosto la festa dell'emigrante,che coinvolge quasi tutte le borgate con degustazione dei prodotti locali (formaggi, vino, fave, etc.).

Anche durante la festa del sale che si svolge nella borgata di Raffò, nel mese di agosto avviene la degustazione di prodotti tipici con la distribuzione di pacchetti di sale agli intervenuti. Altre feste del S.S. Salvatore (6 agosto), dei S.S. Cosma e Damiano (27 settembre) hanno come scenario le stradine di Petralia con la degustazione delle specialità gastronomiche locali.

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Nella tradizione del territorio delle Madonie, questa danza si riallaccia agli antìchi riti di ringraziamento dei pagani: il ricordo del mito di Cerere è presente nel trofeo di spighe legato alla sommità della pertica. Oggi è un inno di ringraziamento alla Natura per la buona raccolta del grano, ma essa resta evidentemente una festa pagana che rinnova il trionfo della vita e dell'amore fecondo.

Il "Ballo della Cordella " ha le sue parole e le sue invocazioni ritmate e una espressione danzata arricchita da bei canti. A suon di tamburelli, chitarra, zufolo, fisarmonica e scacciapensieri "u bastunieri" invita alle danze: ''Fimmini e masculì di sia quadrigghia ca suddu n'aiuta la midudda avimu antrizzari a curdedda fimmini a dritta masculi a manca facimu un giru ca nuddu si stanca prima na coppia pui dui e pui tri e la curdedda s 'intrizza accuss i"

Quindi, 24 ballerini disposti in cerchio, reggono variopinte cordelle pendenti da un'alta pertica coronata di spighe, simbolo di Cerere. Il ballo consiste nell'intrecciare i coloratissimi nastrini in 4 differenti figure che rappresentano nella sequenza: l'aratura, la semina, il germogliare e la raccolta.

E' lo stesso "bastunieri" che invita le 12 coppie che rappresentano i 12 mesi dell'anno e le costellazioni a danzare al contrario per snodare le cordelle. A Petralia Sottana nasce nel 1935, per volontà del Cav. Francesco Tropea, il gruppo folkloristico "Ballo della Pantomima della Cordella" allo scopo di riprendere e diffondere le antiche tradizioni del mondo contadino.

Nei suoi 50 anni di vita il gruppo ha partecipato ad alcune delle più prestigiose rassegne del folklore internazionale: la Sagra del Mandorlo in fiore di Agrigento, Europeade del folflore Raduno del folklore Mediterraneo, Rassegna internazionale delfolklore di Corropoli (Teramo). Ogni anno a Petralia Sottana, la prima domenica dopo Ferragosto il "Ballo della Cordella " partecipa alla più suggestiva manifestazione di cultura popolare che comprende anche la "Rievocazione dell'antico corteo nuziale".

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La storia politica, economica e sociale di questo paese è stata magistralmente ricostruita con le ricerche di F. Figlia, che è riuscito a compiere un lavoro di microstoria locale di alto livello

Petralia Sottana ha uno storico d'eccellenza nel suo attuale sindaco Francesco Figlia. Egli infatti ha dedicato alla ricostruzione delle vicende del suo comune d'origine due
ricerche (Poteri e società in un comune feudale, Caltanissetta-Roma 1990, in due volumi e Dall'Antico regime all'età contemporanea, Palermo 1994) che come scrive nella sua introduzione il prof Giarrizzo "hanno meriti evidenti nella massa di documenti originali ricercati e interpretati e che soddisfa in pieno l'istanza emotiva che sorregge la migliore storia patria".

Daquesti volumi abbiamo attinto per costruire questo breve compendio della storia delle Petralie. La data certa in cui ha inizio la vita di Petralia Sottana è il 1066 quando (secondo la testimonianza del Malaterra) il Gran Conte Ruggero ordinò la costruzione di un secondo castello a sud di quello già esistente per assicurare una più efficace difesa di tutto il territorio.

Petralia assunse un ruolo importante sotto i Normanni per l'esistenza di vari gruppi etnici e religiosi nonchè "primarie magistrature amministrative e giudiziarie". Pare che il territorio siarimasto "demaniale" fino al regno di Guglielmo Il e che solo alla fine del XII sec. fu assegnata come contea a Gilberto di Monforte. Sotto il regno di Manfredi fu investito come nuovo conte Enrico Ventimiglia.

Si attua così quel processo di feudalizzazione che dal punto di vista produttivo caratterizza per molti secoli l'agricoltura siciliana cioè "l'eliminazione delle unità più deboli in favore dell'accorpamento, in mano di grossi proprietari, delle estensioni di terra, invertendo irreversibi 1 mente una tendenza che la varietà e vivacità degli interventi arabi aveva introdotto nelle colturc e nella produzione" (Figlia), con laconseguenza di un impoverimento generale e sistematico della regione e la diminuzione del numero degli abitanti, che nel caso specifico di Petralia fu tanto consistente da relegarla in uno degli ultimi gradini della gerarchia degli abitati di tutta la Sicilia occidentale.

Da allora passerà più di un secolo per cogliere i primi accenni di ripresa quando intorno alla fine del XIV sec. una nuova ristrutturazione economica e un nuovo assestamento politico del territorio determinano un aumento della popolazione con processi di mobilità verso l'esterno. Con la infeudazione al conte Enrico, Petralia Sottana entrava nel grande e complesso gioco della politica familiare dei potenti Ventimiglia.

Enrico infatti, appena Carlo D'Angiò ottenne nel 1265 l'investitura del Regno di Sicilia (dopo la seonfitta di Manfredi e Corradino), fu tra i promotori di una rivolta contro di lui e, sconfitto, fu costretto a lasciare la Sicilia; rientrando successivamente dopo la vittoria degli Aragonesi al servizio di questi ultimi e riottenne il possesso della contea con l'esplicito invito a procedere al risanamento economico e porre le basi per un suo rinnovamento con particolare interesse alle masserie delle Madonie e dei Nebrodi. In realtà tutto rimase come prima con una "scontata e lacunosa conduzione".

Altrettanto complesse furono le vicende di Petralia Sottana attraverso i vari trasferimenti feudali. Ad Enrico successe il nipote Francesco Ventimiglia. I successivi eredi variamente impegnati in resistenze e lotte contro la Corona, perdono e riacquistano pezzi del Feudo, fino a quando nel 1444 esso fu definitivamente assegnato al catalano Pietro Cardona.

Le cose non cambiarono di molto: i Cardona non intrapresero sistemi diversi di conduzione del feudo se si eccettuano degli interventi nella direzione di una più corretta amministrazione della giustizia. In definitiva "anche sotto i Cardona, continuarono a viversi nella Contea, gli stessi momenti difficili di prima, che poi erano comuni in quegli anni, a molta parte della feudalità siciliana: indebitamento crescente; incapacità di sfruttare con nuove tecniche di commerciai izzazione la stessa produzione che si raccoglieva nella Contea, afflitta da annate alterne di rese ottimali e di crisi acute; brigantaggio sempre più diffuso e preoccupante; irrequietezza della feudalità minore; elementi che corrodevano, già allora, l'istituto feudale irreversibilmente, destinato tuttavia, in assenza di una ipotesi alternativa di organizzazione della società in Sicilia, a scomparire molto più lentamente che altrove.

Della crisi e della decadenza dei potere feudale chi, intanto, pagava i costi sociali più elevati e sempre crescenti erano ancora una volta i vassalli, cui nulla di positivo giungeva delle glorie eventualmente raccolte sui lontani campi di battaglia dai loro Signori, che anzi le loro giornate scorrevano, le une dopo le altre, con il pesante fardello delle scadenze dei debiti contratti nel corso dell'anno per coltivare i campi e di quelli, anch'essi ineliminabili, imposti dalla necessità di dover sostentare le famiglie, cui nonostante tutto, non era assicurato altro che una vita ridotta, nella generalità dei casi, alla dura e spoglia sussistenza".

Tuttavia in quel periodo erano presenti a Petralia assieme a qualche esponente della nobiltà minore, alcune famiglie agiate e benestanti; artigiani e maestri che contribuirono a fare della vita del paese qualcosa di più vivo rispetto all'uniformità del modello di vita esclusivamente dettato dai moduli agricoli bracciantili. Ciò si ripercuoteva anche nella vita sociale e nella struttura urbana del l'abitato, nelle prime commesse artistiche. Dal primitivo nucleo castello-chiesa cominciava a prendere avvio una nuova espansione, che attraverso i secoli XVI e XVII, porterà a Petralia Sottana a superare quello di Petralia Soprana il cui impianto abitativo non era più suscettibile di incremento.

Nello stesso tempo si era formato "un paesaggio agrario, limitato ad un'area limitrofa al paese, costituito da numerosi e modesti appezzamenti di terreno adibiti alle colture più varie" (vite, frutta, ortaggi) che confinante con le vaste colture granarie è rimasto pressochè identico a se stesso lungo il corso divarisecoli.Nel 1536 con la morte senza eredi dell'ultimo dei conti Cardona, si realizzò, attraverso politiche familiari, un accorpamento in un unico ceppo (quello dei Moncada principi di Paternò, dei Cardona-Aragona e dei Luna duchi di Bivona), che riuniva un immenso patrimonio e fece lievitare la collocazione della famiglia al primo posto della feudalità siciliana.

Agli Aragona-Moncada successe il primogenito Antonio, che già non avevano alcun rapporto diretto con il feudo, vivendo nelle "alte sfere" della corte. Si entra così nella lunga fase della feudalità spagnola che si conclude con gli Alvarez de Toledo, col cui ultirno rappresentante Francesco, morto a Madrid nel 1821, la contea di Collesano arriva alla evasione della feudalità in Sicilia del 1812. La Costituzione siciliana dei 1812 e l'approvazione dei nuovi principi fondamentali (riforma amministrativa e nuove norme per l'elezione del nuovo Parlamento) portarono alla definitiva perdita del l'antica istituzione parlamentare siciliana diluita nella proclamazione ufficiale del Regno delle due Sicilia.

Non senza resistenze, i siciliani entrarono a far parte di un nuovo stato con un diverso sistema amministrativo e legislativo. Petralia fu inserita nel distretto di Cefalù. Anche se era possibile l'inserimento nel governo comunale delle classi piccolo borghesi ed artigiane, in realtà la classe dirigente rimase costituita dalla vecchia classe feudale dei proprietari e restarono ferme le condizioni di disagio delle classi popolari che la crisi della campagna, a prevalente vocazione cerealicola, spingeva a chiedere assistenza e sostegno.

Questo fu alla base delle insurrezioni del 1820, che videro molto impegnate le popolazioni madonite e la stessa Petralia e che sfociarono nell' assalto alla cancelleria del Comune e nelll'occupazione delle terre comunali. Dopo la sconfitta dei moti popolari e la successiva repressione, la vita a Petralia riprese in modo non sostanzialmente difforme dagli anni precedenti, fino al 48/49 quando, grazie anche alla presenza della Carboneria, i moti ripresero in modo più violento e organizzato con la conseguenza di una reazione che portò i moderati al governo della città.

Nel 1860 Petralia Sottana futeatro di unarivoltacon scontri sanguinosi contro i proprietari e relativo contrattacco e cattura di alcuni principali promotori. Con l'arrivo di Garibaldi e il fallimento delle aspettative popolari di redistribuzione delle terre, il potere locale sarà gestito dalle nuove forze liberali dove in gran massa si sono infiltrati ed hanno occupato ruoli predominanti, come sempre, i transfughi e i trasformisti del vecchio regime. Con l'Unità la storia locale di Petralia si inserisce nella storia generale del Meridione vivendo attivamente tutte le vicende e le problematiche del riassestarnento in un nuovo stato, del brigantaggio, del sottosviluppo e della modernizzazione.

sommario

I "Retabli" gaginíani, i conventi, le confraterníte, la mole della chiesa Madre' un habitat urbano ricco di piccoli tesori.

La struttura urbanistica è quella del borgo sottostante il castello che ebbe uno sviluppo consistente dopo la con quista normanna. La parte più alta è costituita dai quartieri più antichi (''Pusterna'' e del "Carmine") dall'impianto tipicamente medievale, ai quali nei successivi ampliamenti, nel corso dei secoli XVII e XVIII, si sono aggiunti i quartieri "minori" del "Salvatore" e del "Casale".

Dalla statale che la collega a Petralia Soprana si dirama il corso Paolo Agliata che attraversa il palese fino a raggiunge re il centro costitui- to dalla piazza Umberto. Lungo questo viale alberato e curvilineo si incontrano la chiesa e l'ex convento dei Cappuccini ( XVI- XVII sec.); la chiesa di Santa Maria della Fontana dello stesso periodo che custodisce all'interno diversi gruppi marmorei e un ciboreo della scuola dei Gagini.

Proseguendo lungo il corso dove si affacciano i palazzetti della piccola nobiltà e della borghesia agiata appartenenti ad epoche e stili diversi, si raggiunge (dopo un'ampia curva a sinistra) il Convento dei Frati Minori Conventuali con l'annessa chiesa di San Francesco con un interessante campanile del 1775 con un sottopassaggio sotto un arco ogivale.

L'interno settecentesco è a navata unica presenta un insieme di polieromi affreschi probabilmente di Gaspare Vazzano e Giacomo Lo Varco. Meritano attenzione anche un pulpito e un tabernacolo ligneo di Pietro Bencivinni (1705) e la tela delle Stimmate di San Francesco di Giuseppe Salerno. Dopo un'ulteriore curva appare il massiccio campanile del 1597 della Chiesa della Misericordia.

L'ottocentesca piazza Umberto 1, fulcro della "vita- sociale del paese offre, un panorama sulla valle dell'Imera e sul monte San Salvatore; è dominata dalla mole della Chiesa Madre ricostruita tra il 1570 e il 1600 sulla originaria chiesa tardo gotica, di cui si conserva un prezioso portale sul fianco destro.

Il prospetto fu costruito su progetto di Girolamo Palazzotto nella prima metà del settecento in calcare plumbeo consistente in un profondo tornice centrale tra due paia di lesene ioniche, seguite, rispettivamente da una grossa colonna tuscanica inclusa nella massa, ma affiorante in angolo e, lateralmente, da un por ale cieco sormontato da un finestrone, prima del relativo pilastro d'angolo con lesene rilevate.

Al fianco sud un portale centinato, d'arte catalana con decorazione a cespi di cardo, sormontato sull'apice da formella litica con rilevato il busto di Maria Regina con Bambin Gesù benedicente, su insegna barocca con epigrafe dedicatoria della Basilica tra due scudi gentilizi sostenuti da due coppie di putti. Sulla stessa facciata tra i finestroni ad arco ribassato due formelle litiche con Annunciazione ed altre quattro con gli Evangelisti.

Aderente al transetto, sul suo lato destro è la torre campanaria dell'altezza complessiva di circa trenta metri, in calcareo bianco, strutturata su tre ordini sovrapposti separati da cornicioni guttulati, su triglifi. a metope libere, poggianti agli angoli su quattro pilastri con stilobate e con al vertice capitelli dorici al primo ordine, ionici al secondo, corinzi al terzo.

I vari elementi tutti congiunti da tori e strobili e rilevati sulle facce esterne con lesene. Inoltre al quadro del primo ordine è inserito un arco ogivale praticabile da est ad ovest. Alla base del secondo una luce ad arco ribassato con grossa grata e su essa una lapide con epigrafe e cornice barocca a grosse volute. Al terzo ordine una monofora oblunga a sesto pieno ad occidente, con campana della Madonna (1816), ed una monofora ad oriente con campanone di San Giuseppe del 1654.

A mezzogiorno due monofore discoste con campana della Concezione del 1760, e Campana mezzana del 173 1. Al centro della Cella, campana del Rosario del 1838 e campana delle Anime Sante del 1758. A coronamento, è una celletta per il congegno dell'orologio che batte le ore e i quarti su due campane bronze e emisferiche, per cicli di sei ore, a partire dal crepuscolo della sera (Ave Maria) secondo il sistema Italico.

Sul tetto accanto ai bronzi emisferici vi sono due piccole campane sulla stessa vela in ferro battuto; quella a sinistra è la "squigghia" (squilla). Aggrappato alla guglia vi è l'Angioletto della Chiesa di Petralia, che indica da secoli da dove viene il vento che soffia al momento. L'interno della Basilica è a croce latina, suddivisa in tre navate con volta a botte sostenuta internamente da archi a tutto sesto su sei coppie di colonne monolitiche in calcare plumbeo, di stile tuscanico, e con pareti decorate a stucchi monocromi nel 1819.

Al centro del transetto su quattro grandi pilastri e quattro archi a tutto sesto poggia il tamburo fenestrato ottagonale della cupola interamente emisferica, esternamente ogivale, con lanterna sormontata da palla, banderuola e croce ferrea, sotto cui pende la gran "Ninfa" di cristallo ad 80 bracci (1862). In fondo alla navata centrale è l'Abside piatto, ma con due finestroni ed un rosone sotto cui è posta una grande Ancona marmorea del 1501, in nove riquadri, attribuita a Giorgio da Milano, con al centro una Madonna in Trono con Bambino, tra i santi Pietro e Paolo. Nella predella: dieci Apostoli intorno a Pietà. Nel fastigio: "Dormitorio Mariae'' al centro, Angelo annunziante, Madonna orante, visita ad Elisabetta, Natività.

Avanti al polittico sono il coro, l'Altare e Arredi in legno dorato del 1805 e balaustra marmorea del 1850. A sinistra trittico ligneo in cornice gotica dorata del XIV sec. con Madonna assisa e bambino tra i santi Pietro e Paolo. Nel fastigio, eterno Padre benedicente e Annunciazione. Alle pareti altri antichi quadri in pittura che raffigurano: S. Mauro, Sant'Onofirio, Sant'Agata, Deposizione, Assunzione, San Carlo Borromeo, S. Nicola Vescovo.

A sinistra dell'Abside è la cappella dei Santissimo Sacramento ricca di marmi policromi con Altare ciborio e machina marmorea racchiudente il pregevole quadro di scuola siciliana di S. Gandolfo e il ritratto del B.ne Committente lì sepolto dietro la cancellata a colonnette tornite, fatta nel 1658. Proseguendo a sinistra è l'altare ligneo dorato sormontato da machina barocca con statua in marmo cinquecentesca della Madonna delle Grazie con Bambino riguardante. A sinistra quadretto della Madre dei Buon Consiglio. A destra l'Arcangelo San Michelc.

Dopo la porta che accede alla sacrestia, su 4 gradini è la cappella dell'Immacolata Concezione eretta assieme al Duomo, con statua marmorea della "Patrona nostra" al centro della nicchia con colonne tortili, con altare e balaustra decorati a tarsie policrome. Segue l'altare barocco delle anime purganti con dossale ligneo dorato e decorato a specchi e racchiudente in alto l'esaltazione della Croce. In basso due ovali in tela con Anime Purganti e al centro Madonna dolente che sorregge il Figlio morto tra Giovanni e la Maddalena (del XIV sec.).

Il seguente altare ha un quadro di G. Salerno (1629): Cristo morto che mostra le sue cinque piaghe sorretto sul bordo dell'urna da tre Angeli dolenti e Angioletti con gli strumenti della Passione e cartigli salmodici; ne fu committente Filippo Mungiboi. L'altare seguente fu eretto da Tommaso de Franchis e dal nipote Carlo di Maria nel 1670 commemorando forse la vittoria di Lepanto del 157 1, e racchiude una machina marmorea il gruppo di Maria del rosario con Bambino su predella cilindrica, con San Domenico e Santa Caterina oranti.

Segue l'altare detto di Sant'Orsola, su cui si ammira un luminoso quadro di G. Salerno del 1618 con il trionfo dell'Eucarestia tra i cori angelici, sui santi Pietro martire Veronese e Caterina Senese, con formelle agiografiche perimetrali. La statua lignea di San Francesco di Paola è del 1873, autore il Genovese; l'altro altarino racchiude un quadro di Sant'Antonio Abate della tebaide, e un quadretto con i Re Magi adoranti il Bambin Gesù. Posto su una mensola, sulla porta maggiore del 1733, è un organo a canne del 1851 con la cassa dorata più antica di 100 anni, ma che fino al 1930 era situato sull'entrata laterale.

Segue ancora il fonte Battesimale in delicato marmo bianco, ma con copertura lignea policroma, con al muro quadro del Battesimo di Gesù, entro cancellata di ferro battuto. Accanto, il quadro di G. Salerno rappresentante la Fuga in Egitto con la statua attribuita al Ragona di Sant'Antonio e in baraccio, il Bambin Gesù del Qauttrocchi. A destra S. Ignazio di Lojola e S. Luigi Gonzaga a sinistra tondo con Maria Pastorella segue la tela con cornice dorata con la Sacra Famiglia di Monserrato, con un santo Vescovo martire ed una santa viè pure la statua di San Michele Arcangelo dorata nel 1699.

A sinistra la Madonna della Lettera, patrona di Messina. L'altro altare dopo la bussola con tela di San Vincenzo diacono, apostolodell'Iberia. Appresso il prezioso Crocefisso, forse di fattura cinquecentesca, posto su affresco con le tre Marie e Giovanni. Ai lati antiche tele dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Sull'altare dell'Itria, tela con santi monaci che da Bisanzio trasportano a spalla Maria con Bambino assisa su predella. Appresso, sul confessionale, San Giovanni Nepomuceno, martire del silenzio. Nella cappella a destra del]'Abside, gruppo marmoreo della Natività di Antonello Gagini ed allievi e Busto in legno dorato su predella, scolpito da Antonio Mancuso nel 1666.

Tornati sulla piazza si prosegue a destra da un sottopassaggio attraverso il campanile dove si apre via Duomo che conduce alla piazza Domina dove sorge la chiesa denominata La Badia (della S.S. Trinità) caratterizzata da una facciata in pietra intagliata con un bel portale a sesto acuto del secolo XV. La chiesa è una tappa obbligata (per la visita rivolgersi al parroco della Chiesa madre) perchè, oltre ad un ben conservato organo settecentesco, è sede di una delle opere più importanti di Gian Domenico Gagini: una grande ancona marmorea del 1542 con 23 bassorilievi su tre registri raffiguranti episodi della vita di Gesù.

Fuori dal paese a 1819 metri si può raggiungere, attraverso suggestivo un percorso, il santuario della Madonna dell'Alto, meta storica di pellegrinaggio mariano, a partire dalla fine del '400. All'interno è custodita la Madonna dell'Alto, una pregevole statua del 1471. Se vi capitasse di essere da quelle parti a ferragosto potreste partecipare alla celebrazione della festa e scarpinare fin lassù seguendo le luci di caratteristici falò accesi lungo tutto il percorso per tutta la notte.

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