Un viaggio in Sicilia dell'Abate toscano Domenico Sestini nel 1777

Nel XVIII secolo numerosi furono i viaggiatori e gli scienziati che dalla Germania, Svizzera, Francia, oppure regioni dell'Alta Italia decisero, per motivi diversi, di visitare la Sicilia ed altre regioni del Sud. Tra gli eruditi ci piace ricordare la figura dell'abate toscano Domenico Sestini. Questi, numismatico, botanico ed antiquario, giunto a Catania, fu subito presentato al mecenate principe di Biscari, il quale ben presto lo nominò suo antiquario con l'incarico di riordinare i numerosi pezzi che componevano la sua ricca collezione.

Nel tempo che gli rimaneva libero, l'abate, avido di conoscenze, visitò numerosi ambienti della Sicilia, dei quali fece poi brillanti resoconti sotto forma di lettere spedite ad amici suoi in Toscana. Dal Libro V stampato dall'editore Giorgi a Livorno nel 1782, estraiamo la lettera VI, dove "si descrive una gita fatta alla Castagna dei cento cavalli nella seconda regione del Monte Etna ".

Catania, 6 giugno 1777. Al Signor Giovanni Mariti. Vi ho promesso una descrizione del mio viaggio fatto sino alla "Castagna dei cento cavalli", ed ecco che vi mantengo la parola. Aveva già stabilito di portarmi in qualche parte buona della montagna per potere erboreggiare per mio divertimento. Ciò lo feci martedì passato, o sia il dì 3 andante: per compagnia condussi il custode di questo Museo, uomo in qualche maniera pratico di produzioni naturali; onde di buon mattino montammo a cavallo e pigliammo per la strada della montagna, che rigurdo a Catania resta situata a Settentrione.

Discosti dalla città due miglia, trovammo un luogo detto "Canalicchio", ove non vi resta se non un macellaio, che "Chianca" appellano i siciliani: dopo passammo per un villaggio detto "Trappito". In questi villaggi dell'Etna niente di bello vi si ritrova, se non che poche case e una chiesa principale col suo bel campanile; se poi il villaggio è grande, vi sì ritrovano diverse altre chiese, e Conventi di Frati.

Dopo pochi passi viddi in un campo diverse piante di "Salvia argentea", la quale era ben fiorita, e il suo fiore forma una bella piramide, tramandando tutta la pianta e specialmente le foglie principali un odore di mascadello. Questa pianta è ricercata dagli Speziali per diversi usi. Molte altre pianterelle osservai, indi arrivati ad altro villaggio detto "San Giovanni La Punta", distante da Catania 5 miglia mi recò maraviglia un piccolo stradone ben formato, avendo da ambo le parti cento ben grossi alberi di 'Pazienza', o sia dei Bottanici l'albero 'Myxia Azederach'.

Fatto quasi un miglio volli smontare da cavallo per erboreggiare, e osservai il Pistacchio maschio e femmina innestato sopra il "Pistacia Therebinthus". Osservai come i rami dei pistacchi avevano molta gomma bianca, e liquida alquanto, la quale è molto aromatica e che si raccoglie dai contadini, i quali la vendono al prezzo di tre tari l'oncia. Rimontati a cavallo si passò per un villaggio detto la "Via Grande"; in tali villaggi non vi mancano mai due, o tre speziali per comodo degli abitanti, segno di poca semplicità nella medicina. Qui non vi posso spiegare la bellezza e fertilità di tali parti in frutti di ogni sorta, e in orti, che sono una cosa stupenda, restando ben formate le vigne e coltivate con buone regole.

L'altro piacere poi si di vedere la formazione a basso del Mongibello, o sia quasi nella seconda regione del monte, di tanti vulcani spaccati, e già estinti, e tutti in ben formate montagnette, la quali sono come composte di una sabbia nera, e si ritrovano ben coltivate e ricche di vigne, In tali parti si osservano boscaglie di castagni, i quali li credo senza dubbio indigeni della Sicilia, mentre tanto quelli tagliati a capotozza, e quelli terragnoli danno un frutto selvatico, ed è la castagna, non producendo la Sicilia il marrone.

Dalla "Via Grande" giungemmo ad luogo detto le "Firrie (il Fireri ossia Fleri n.d.r)" per rinfrescare i cavalli e noi. Questo luogo era con poche case ed un'osteria, che dicono fondaco nel quale si trova luogo per le bestie, e non per i cristiani; mentre vedete una vastissima stalla ben formata, e capace di poter contenere più di duecento cavalli o muli per il gran trasporto, che si fa sempre di tutte le derrate a forza di schiena, mentre le strade della Sicilia sono pessime e impraticabili, per il che non si conoscono nè calessi, nè carri, nè carrette, onde è necessario fare dei grandi comodi più per le bestie che per gli uomini.

Da mangiare poi a riserva di un poco di pane e di vino, non si trova altro; ma noi fummo fortunati, mentre arrivammo in tempo ad una gratellata di costolette di giovenco arrostite che il buon oste non ricusò darcene due, mentre servir dovevano per certi mulattieri, che prima erano giunti in detto luogo. Bisognò mangiarla in piedi, e prenderle dalla gratella, mentre non si vedevano nè piatti, nè seggiole, per cui bisognò mettersi a terra.

Qui domandammo quanto restavano ancora lontani da questa "Castagna detta dei cento cavalli", e ci fu risposto essere lontani quattro ore di "malu cammini"; onde dopo esserci tutti ristorati, verso mezzogiorno seguitammo una tal gita. Passammo dopo due ore di cammino per un villaggio dei monte detto Zafferana, che resta situato a levante. Non ostante che il cammino fosse pessimo, pure mi divertiva il bel colpo d'occhio di diverse vedute della montagna, osservando la di lei gran fertilità.

Qui la vegetazione era suo centro, ove che verso le parti marittime era tutto secco, e non si trovava più un filo d'erba a riserva di qualche pianterella estiva; la felce ramosa sopravanzava qualunque uomo ben grande. Da detto villaggio passammo dopo un'ora di cammino ad altro detto "La Mela" (il Milo n.d.r.) che prima di arrivarvi si trova una eruzione, la cui epoca è intorno al secolo XVI. Poco aveva cangiato di natura e di piante vi era allignato qualche poco di Genistella e di Ruta caniana.

Finalmente dopo un'altra ora di cammino molto disastroso entrammo in un bosco di castagni, nel quale esisteva quello detto dei cento cavalli, che prima di arrivarvi ne osservai alcuni ben grossi di fusto e messomi a misurarne la circonferenza di uno detto della Nave, lo trovai di braccia 24 fiorentine; e altri ve ne sono, ma non di tanta circonferenza; alcuni si osservano, che essendo stati tagliati a superficie di terra, e il ceppo nel gettare diversi fusti, questi con l'andare del tempo sono venuti ad unirsi e formarsi un sol tronco, come ben si vede.

Dopo osservato ciò ci portammo in poca distanza a quello detto dei cento cavalli. Di questo non si vede se non la semplice scorza, formando sette fusti incavati; misurai la sua circonferenza e fu 87 passi dei miei; il diametro del medesimo è in alcuni luoghi 15 e in altri 20 circa: nel mezzo vi è una casa, che si dice dai paesani essere stata fatta da due secoli fa: oltre una tal casa si osserva dentro a tutto questo castagno un bel pratello, per entrare nel quale vi sono diversi passaggi.

La ramificazione poi non corrisponde al suo fusto: io dubito fortemente che questo sia stato tutto un ceppo di castagno. Direi che come il castagno è un albero proprio della Sicilia, e ritrovandosi insieme più ceppaje, che tagliate a terragnuole, avessero con l'andare dei tempo formati tanti grossi fusti, ed essersi uniti e poi a mezzo delle piogge andate a guastarsi e vuotarsi; ma d'altra parte la grossezza degli altri fa riflettere il contrario: come si possa dare allora una tal vegetazione io non saprei. In molti luoghi poi della montagna, ove non si può ridurre a vigne, si semina una specie di frumento detto volgarmente Irmano, il quale fa il pane nero.

Erano le ore 20 quando arrivammo alla Gran Castagna; il caldo grande di scirocco mi abbattè, onde mi levò il piacere, di erboreggiare, così procurai di calare verso il mare, di dove restammo discosti 8 in 9 miglia. Passammo per due villaggi l'uno detto San Giovanni, e l'altro la Macchia; la gente di queste parti non è poi tanto topica, come ho osservato altrove: amano le donne di parlare senza dar gelosia ai loro mariti; io mi prevalsi di una tal loro prerogativa, e così non ebbi difficoltà di unirmi per la strada con diverse di loro tanto maritate quanto nubili senza soggezione alcuna, facendo cammino a piedi, e vedendomi che raccoglieva erbe, subito pensarono che fossi medico, onde alcune mi pregavano di dar loro qualche rimedio per certi incomodi, che essendo pratico del medicare della Sicilia, non mancai di suggerirne loro alcuno.

Una poi mi voleva condurre a casa propria per visitare suo padre, che stava infermo, ma prima di portarmi colà volli intendere il male che teneva, che le dissi essere male da chirurgo, e no da medico; e così mi liberai forse da qualche seccatura. Verso sera giungemmo alle Giarre, che resta sulla strada maestra per andare a Messina distante da Catania 20 miglia; per non esservi letti se non pieni di cimici convenne dormire in terra, la mattina poi di buon mattino partimmo per Catania ove arrivammo a mezzogiorno. Lo scirocco mi aveva si malamente offeso, che mi fu giuoco forza di farmi fare un'emissione di sangue da ambe le braccia.